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  • Fulvio Fiori

ROSASPINA. Una storia di lotta e di speranza.

L’angelo aveva i capelli scuri, due occhioni neri e una voglia di fragola sulla spalla sinistra. Indossava anche un paio di boxer arancioni. La donna non aveva dubbi: quell’uomo era suo marito. Il sole all’orizzonte segnava le dieci del mattino e le nuvole erano un luminoso affresco di panna. L’angelo ci volava sopra in direzione Nord-Ovest, a velocità moderata e tenendo la donna tra le braccia: con una mano le cingeva la vita e con l’altra il petto.

La donna indossava quella camicia da notte di seta bianca, molto scollata, che a lui piaceva tanto (ogni volta che la metteva, lui subito gliela toglieva…) e la sua pelle aderiva con piacere al petto nudo dell’uomo. Quel contatto la ispirò e assunse una posizione da ballerina: gamba destra distesa e l’altra piegata, con la punta del piede a contatto col ginocchio. Le braccia morbide, una sopra il capo e una davanti al corpo, sguardo all’orizzonte. Si trovò bellissima.

Aveva ragione, perché il vento subito le fischiò dietro. Poi le sollevò il vestito fino alle cosce e le accarezzò quella segreta parte di inconfessata vanità tutta femminile. Lei gradì e lasciò fare, anzi, in cuor suo sperò che l’angelo se ne accorgesse. Ma il suo sguardo restò fisso all’orizzonte.

Al secondo svolazzo però, la mano di lui si mosse e dal bacino scivolò giù, lentamente, ancora più giù, molto più giù, finché arrivò alle gambe. E rimise il vestito a posto. Quel gesto la eccitò e l’abbraccio dell’angelo si fece più stretto: anche lui aveva avuto la stessa reazione. <<Non ci credo.>> pensò la donna <<Evidentemente sto sognando!>>

E tutto si fermò. Per la prima volta in vita sua era immersa in un sogno e al tempo stesso ne era cosciente. Il suo cuore batté un colpo più forte e il sogno ripartì…

Il lago le apparve all’improvviso, appena dietro la montagna: il sole ci buttò dentro uno dei suoi raggi migliori e il blu della superficie schizzò fuori dall’acqua per tuffarsi nei suoi occhi. Era fresco, dolce, come un bicchiere di vita e la donna lo accolse con gioia: il blu le scese lungo la gola, attraversò il petto e si fermò tranquillo all’ombelico: dalla mano dell’uomo che la teneva stretta scoccò una scintilla, il blu prese a pulsare e la pancia della donna cominciò a crescere...

<<Qui è il comandante che vi parla.>> le disse l’angelo <<Abbiamo iniziato la discesa verso la nostra destinazione, dove prevediamo di atterrare tra venti minuti circa. Siete pregati di allacciare le cinture>> e l’abbracciò più stretta <<e di mantenerle allacciate fino ad atterraggio avvenuto. Grazie e buon volo.>>

<<Ricevuto, comandante!>> rispose lei e sciolse la posizione da ballerina, per assumerne una da donna innamorata, dolcemente abbandonata tra le braccia del suo uomo. L’angelo sorrise e le rialzò la spallina della camicia da notte che le era deliziosamente scivolata giù (era un gesto che faceva spesso, specie prima di levargliela del tutto).

<<Spero proprio che la nostra nuova tana ti piacerà.>> le sussurrò mentalmente <<perché è lì che lo faremo nascere>>.

<<Lo faremo nascere?!>> esclamò la donna <<Chi lo faremo nascere? Intendi dire: lo faremo nascere noi? Nel senso di io e te? E chi è che deve nascere?>>

Ma l’angelo aveva ripreso a pilotare e il suo viso ricordava un cartello appeso sui vecchi tram: NON PARLARE AL CONDUCENTE CHE NON DEVE ESSERE DISTRATTO DALLA MANOVRA.

La donna ebbe un gesto di disappunto, subito seguito da un sospetto: si toccò la pancia e la sentì grande e tonda. Poi abbassò lo sguardo e sgranò gli occhi: aveva una bellissima pancia da mamma, con dentro un pupo di almeno cinque mesi. Un lampo di gioia le invase il cuore, due cristalli di felicità le piovvero dagli occhi e tre parole le sfuggirono di bocca:

<<Sono-in-cinta!>>

E si commosse due volte, perché era incinta nel sogno, ma soprattutto, questo se lo ricordava bene, era incinta nella realtà.

<<Preparati amore>> le disse l’angelo <<ci siamo!>>

E con una manovra audace virò a destra, picchiò ad ali chiuse per un centinaio di metri, infine assunse la posizione di planata: ali ferme, aperte, infinitamente distese nelle distese infinite del cielo, per svelare al mondo lo splendore della vita e del loro amore.

Gli amanti persero rapidamente quota: in pochi secondi entrarono e uscirono da un gregge di nuvole, risalirono controvoglia tra le braccia di una corrente ascensionale e caddero a precipizio in un interminabile vuoto d’aria. Una raffica di tramontana finalmente li raccolse e li portò in un vento oltre il costone della montagna.

E la donna se lo trovò di fronte: era un nido, il nuovo nido del loro amore.

Col tipico salto illogico che fa dei nostri sogni il parco giochi più bello del mondo, qualcuno girò l’interruttore della luce e il Sole si spense. Al suo posto si accese la Luna con la sua magica corte di stelle, chine ai suoi piedi per renderle omaggio (e forse sognando un giorno di prendere il suo posto). L’angelo non c’era più, ora la donna volava da sola, senza ali e senza fatica. Fluttuava leggera nell’aria come uno spirito: era il suo bel pancione di mamma che la teneva su, come i palloncini del luna-park, sospesa nel cielo in confortevole posizione distesa, sdraiata tra le braccia della notte, sull’amaca personale della Luna. E il nido non si era mosso: era ancora lì in cima al picco, con meravigliosa vista sul lago. Ci si affacciava con grazia, come una nobile signora al balcone del palazzo. Unica differenza, non era più vuoto: ora aveva un ospite, uno solo, importante a giudicare dall’apparenza: era un uovo alto tre metri, dal guscio chiaro e lucidissimo (quella vanitosa dell’Orsa Maggiore ci si specchiò subito, facendo ingelosire l’Orsa Minore che come tutti sanno, soffre da milioni di anni di un complesso di inferiorità).

In cima all’uovo, piantato come un’allegra bandierina della vittoria, sventolava un fioccone rosa shocking. E accanto al nido, sopra una roccia, c’era appeso qualcosa di assai familiare: le ali dell’angelo. La donna ci svolazzò accanto e subito sentì oltre il sottile muro del guscio, prendere vita delle voci… Erano due: un uomo e una donna e… una cosa era certa: avevano il tono intimo che fa di due amici una coppia di amanti.

Il pugnale della gelosia la ferì solo di striscio e prima che potesse colpirla di nuovo (e magari aprirle il cuore in due), la donna si lanciò contro il guscio: attraversò la parete come fosse nuvola e la temuta verità la investì con tutta la forza della sua natura rivelatrice: vide suo marito nudo, sdraiato sui loro incantevoli cuscini di seta (comprati insieme in India!), abbracciato ad una donna bellissima, nuda anch’ella.

Non ebbe il tempo di fare una scenata (per fortuna!), perché la riconobbe subito: la donna era lei stessa. O meglio era il suo corpo, perché lei al momento era fuori dal suo solito contenitore materiale, fatto di tutte quelle ossa, sangue, nervi e muscoli, così provvisori e deteriorabili: era il Puro Spirito di Sé Medesima, l’Eterea Figlia Di Padre Tempo e Di Madre Luce, la Scintilla Vitale Del Suo Stesso Essere, l’Immortale Essenza dell’Anima Di Una Donna. Al momento gravida e innamorata, ma distaccata.

Condizione di grande privilegio, un sogno dentro il sogno: poteva godersi fino in fondo il suo uomo e al tempo stesso osservare il loro amore da un punto di vista nuovo. Come si suol dire: “dal di fuori”. Quello che vide però, la tirò dentro subito: lei e quell’angelo di suo marito erano l’uno tra le braccia dell’altra, fusi pelle a pelle (anche se a ben guardare lui indossava i suoi soliti boxer e lei la leggendaria camicia da notte di seta bianca) e sotto la volta serena di quell’uovo magico, si sorridevano. E si baciavano liberi e i loro cuori battevano insieme, con l’abbandono all’amore che solo i bambini sanno avere (e che non sanno affatto di avere).


Subito la donna provò il desiderio di ritornare in sé: mollare al volo la postazione di osservatore e rientrare di corsa nel suo legittimo corpo. Aveva sete d’amore: voleva bere fino all’ultima goccia quelle sorsate generose di appassionata felicità, nella realtà così rara. Poi si accorse che i due non erano soli.

Un piccolo cestino di vimini nascosto in mezzo ai cuscini emise un vagito, che si spinse fino alle orecchie della donna, delicato e insieme imperativo. La donna si staccò dall’uomo, allungò le mani verso il cestino e con tutto l’amore che aveva messo da parte nel corso degli anni, prese in braccio un bimbo.

Gli sorrise, lo innalzò al cielo e con l’orgoglio millenario degli esseri umani chiamati donne che nei secoli generarono il mondo, lo offrì alla magia della notte e allo sguardo infinito della Dea Madre.

Era un neonato di pochi giorni, femmina a giudicare dalla dolcezza dei lineamenti (e dal fiocco rosa fuori dal guscio) e guardava la donna con la fiducia sconfinata di tutti i cuccioli che aprono gli occhi per la prima volta. Lei si aprì la camicia da notte e le offrì il seno: il fiore rosso della piccola bocca si schiuse e con delicata sapienza, innata e sensuale, succhiò vorace la dolce linfa della vita.

L’uomo sorrise commosso e accolse accanto a sé il miracolo della creazione: con l’abbraccio possente dei Padri Guerrieri, quieto come il Silenzio Delle Stelle e grande come la Saggezza Dell’Universo. Fu in quel momento che il Puro Spirito Osservatore di lei, rapito dall’emozione, rientrò nel corpo: un corpo felice di donna, appassionato di compagna e maturo di madre.

Il corpo della donna saltò su come una molla e l’urlo che lanciò mandò in mille pezzi il silenzio della casa di campagna. Suo marito accese la luce e la trovò piegata in due: l’angoscia le impediva di respirare. Corse alla finestra, l’aprì e ce la trascinò davanti: l’aria fresca dell’alba le schiaffeggiò il viso e finalmente la donna riprese fiato. Poi scoppiò a piangere. Lui la tenne tra le braccia in silenzio, finché non smise di singhiozzare. Quindi l’accompagnò a sedere sul letto, le rialzò la spallina della camicia da notte che le era deliziosamente scivolata giù e le appoggiò la sua grande mano sul pancione. La donna doveva aver dimenticato lo sguardo dentro il sogno, perché i suoi occhi erano vuoti. Il suo cuore invece era pieno: di paura e di dolore.

Il marito le offrì un bicchiere d’acqua, lei lo bevve d’un fiato e finalmente gli parlò.

<<Ho sognato che ci amavamo molto.>> disse preoccupata.

L’uomo sorrise.

<<Che nostro figlio è una femmina.>>

Il sorriso dell’uomo si allargò.

<<E che avevo un pungiglione nella pancia”.

L’uomo non sorrise più. E subito gli venne in mente un’immagine: la spilla d’oro che portava sempre sua madre. Però non disse nulla, abbracciò dolcemente la sua compagna e la tenne così, in silenzio, finché non riprese sonno.

Il gel trasparente uscì a spruzzo dal tubetto e formò una piccola palla sulla pancia della donna: il medico ci appoggiò sopra il puntatore a ultrasuoni e un mare di puntini bianchi e neri prese a danzare sullo schermo. L’ecografia era un esame tranquillo, la donna lo sapeva ma il suo cuore era troppo agitato e neppure la mano del marito, stretta forte attorno alla sua, riusciva a calmarla: il suo sguardo consumava lo schermo alla ricerca di un segno che rivelasse la presenza del mostro, quel pungiglione maledetto che aveva visto in sogno.

Lei sapeva che c’era, perché i sogni non tradiscono mai.

I suoi occhi però videro solo una pioggia elettrica di gocce grigie, una tela stinta di macchie sbiadite, un videogame in bianco e nero in cui se vinci nasce il colore. Però non vince mai nessuno. Beh, se quella era la mappa del destino di sua figlia, per lei era troppo oscura.

<<Guardi signora>> disse il medico <<quella è la sua manina.>>

La donna la riconobbe subito.

<<E’ bellissima!>> esclamò commossa.

<<Vede: questo è il pollice, questo è l’indice e qui c’è il medio.>>

La manina si mosse.

<<Hai visto?>> le disse raggiante il marito <<Ti ha salutato!>>

La donna gli sorrise riconoscente, ma in cuor suo pianse. Perché sapeva che quello non era un saluto: era una richiesta d’aiuto. E il suo sguardo si spostò dal monitor al viso del dottore e non lo abbandonò più: cercava un battito di ciglia, un morso al labbro, un respiro sospeso… ogni gesto involontario poteva essere la prova di ciò che tanto temeva: che un orribile pungiglione si fosse piantato dentro la sua pancia.

L’unica cosa che sfuggì al medico fu un colpo di tosse.

<<Quella è la testa?>> chiese a un certo punto suo marito, più per sciogliere la tensione che per reale curiosità.

<<Sì, è la testa.>> rispose il medico con un sorriso <<Gliela sto misurando.>>

E toccò uno strano pulsante tondo su una tastiera: l’immagine sullo schermo si fermò, comparvero dei trattini, lui schiacciò altri pulsanti e da una macchinetta uscì una piccola fotografia dell’immagine. Ripeté l’operazione più volte e quando ottenne una striscia con numerose fotografie, accese la luce, guardò la donna negli occhi e le disse:

<<Cara signora, nella sua pancia c’è una bellissima bambina, assolutamente in linea con le tabelle di sviluppo. Anche gli organi interni sono a posto: fegato, cuore, reni, polmoni… li abbiamo controllati tutti: la sua bimba è in ottima salute>>.

<<E la mamma?>> chiese la donna con un filo d’ansia.

<<Lo è anche la mamma>> rispose il medico <<il suo utero è tonico e il collo è ben chiuso: placenta a posto, cordone ombelicale libero e le pareti interne sono perfette…>>

<<… stia tranquilla, signora: nella sua pancia non c’è niente di più e niente di meno di quello che ci deve essere!>>

La donna sorrise (perplessa), il medico rispose al telefono (zelante) e l’assistente fissò i referti dell’ecografia (diligente) con una graffetta. L’uomo non disse nulla, ma di nuovo gli balenò in mente la spilla della madre…

<<E poi, quando lei rientrò nel suo corpo?>> chiese la psicologa alla donna.

<<Mi sentivo bene: ero tra le braccia di mio marito e stavo allattando mia figlia.>>

<<Lei però mi ha parlato di un incubo: cosa accadde dopo?>>

<<Accadde che io alzai lo sguardo verso la sommità dell’uovo e sentii un rumore assordante, come di vetri rotti: nel guscio si aprì una crepa e un enorme pungiglione entrò a rovinare tutto!>>

<<Cosa intende dire?>>

<<Che era penetrato nel guscio: era enorme e scendeva dall’alto dando dei colpi potenti con la sua punta orribile… io ero pietrificata dalla paura.>>

<<Com’era il pungiglione? Quello di uno scorpione o… di una vespa?>>

<<No, era… una spina. Sì, era come la spina di una grande rosa.>>

<<E suo marito, cosa faceva nel sogno?>>

<<Lo guardava e rideva, non ti farà del male diceva… invece il pungiglione continuava a dare quei terribili colpi avanti e indietro, sempre più forti, sempre più terribili, finché spaccò il guscio in due e la sua punta passò mia figlia da parte a parte… e io non ho potuto far niente per salvarla!”

E scoppiò a piangere. La psicologa tacque, passò dei fazzoletti di carta alla donna e attese che si calmasse. Poi le parlò:

<<Vede signora>> le disse con la voce piena di calore <<per una donna, la gravidanza è uno stato di enormi cambiamenti: cambia il nostro corpo, gli ormoni, le emozioni… è la nostra vita interiore che si rinnova e ci prepara al futuro compito di madri.>>

La donna l’ascoltava col cuore aperto. La psicologa continuò:

<<È del tutto normale quindi che emergano emozioni sconosciute o nuove paure, spesso molto profonde, anche nei confronti del nostro compagno.>>

La donna la guardò come se non capisse. Lei sorrise e proseguì:

<<Il suo sogno è come una bellissima rosa: lei ha creato un angelo che la fa volare, un nido d’amore, un clima romantico… tutto questo testimonia il grande legame che ha con suo marito. Un legame sentimentale ma anche erotico: la sottoveste che si alza, la carezza sensuale, il contatto dei corpi… a un certo punto però, lei prende distacco e si ritrova fuori dal corpo. E questo accade in un momento preciso: quando lei e suo marito, da semplice coppia, cioè da amanti, diventate il padre e la madre della vostra creatura.>>

<<Perché ha sottolineato da amanti?>> chiese la donna.

<<Perché la bellissima rosa del suo sogno ha una spina…>> rispose la psicologa <<… il sesso. O meglio, la relazione sessuale tra lei e suo marito. Dalla quale una parte di lei, la parte della madre, si allontana e riesce a vederla dal di fuori. E l’arma che alla fine distrugge sua figlia, è un grande simbolo erotico: lei me lo ha descritto enorme e potente, che dà dei forti colpi ritmici, avanti e indietro… ha anche usato l’espressione è penetrato nel sogno. Invece suo marito non ne ha paura: ride e dice che non le farà del male… non trova che il suo pungiglione sia un simbolo molto chiaro?>>

<<Mi sta dicendo che ho paura di fare l’amore con mio marito?!>> esclamò la donna <<Che il pungiglione è il suo…>> e si aprì in un sorriso.

<<Esatto.>> la gratificò la psicologa <<Il suo pungiglione è un simbolo sessuale maschile. E lei mi ha detto che somiglia a una spina, che è appunto la parte dolorosa della rosa, cioè dell’amore. In questo sogno lei ha manifestato una paura comune nelle donne incinta: quella di non riuscire a far bene la madre perché si resta prigioniere del ruolo di donne, cioè di amanti. D’altra parte, negare il sesso a nostro marito può farci sentire in colpa o farci temere che lui ci amerà di meno e ora che siamo così poco sexy con questo pancione, che lui magari ci tradirà con una donna più desiderabile.>>

<<E infine che ci abbandonerà!>>

<<E infine che ci abbandonerà, esatto. Che è la paura più grande che le donne si portano in grembo. Ecco perché il sogno ha un finale distruttivo, perché il rischio di una mutazione profonda come la maternità è quello di perdere tutto: il suo uomo, la bimba e soprattutto sé stessa, come donna. È l’immensa potenza della creazione, che rivela la sua infinita fragilità.>>

<<Sta dicendo delle cose in cui mi ritrovo, sa? Mi suonano giuste… le sento.>>

<<Ne sono felice. Vede, è capitato anche a me di avere incubi in gravidanza e di restarne spaventata, li ho accettati e sono passati e ciò che mi è rimasto sono due bellissimi figli… e lo stesso marito di prima!>>

E risero di cuore. Poi la donna si alzò e strinse forte la mano alla psicologa. Lei ricambiò e la guardò dritta negli occhi:

<<Lei ha preso questo sogno troppo su serio.>> disse “Ha pensato che fosse la realtà… ma non è così: nella sua pancia non c’è nessun pungiglione, mi creda.>>

<<Ce l’avevo nella testa invece.>>

<<Già, ma col sogno l’ha tolto anche da lì. E ora è qui per terra, nel mio studio: ci penserà il destino, travestito da donna delle pulizie, a raccoglierlo e a buttarlo via… Nel frattempo lei sia felice: si goda sua figlia e… non trascuri suo marito!>>

Suo marito non riusciva a togliersi dalla mente quella spilla: era una bellissima rosa d’oro lavorata a mano. Aveva anche una spina, una sola: una grande spina d’argento, con un rubino rosso al centro. Per la precisione rosso sangue. L’uomo non riusciva a prendere sonno. Allora guardò la donna che dormiva accanto a sé e le diede un bacio, lievissimo per non svegliarla. E si alzò dal letto. Doveva assolutamente trovare una fotografia di quella spilla. Andò in salotto, prese lo scatolone delle vecchie foto di famiglia e si preparò a cercare. Era inquieto, eppure non ne aveva motivo: era un periodo molto buono, in cui tutto andava a meraviglia, anche l’ecografia era perfetta e l’incontro con la psicologa aveva tranquillizzato completamente sua moglie. Per rilassarsi mise un ceppo nel camino e riattizzò il fuoco che ancora ardeva sotto la brace.

<<Ma dove diavolo sono finite?!>> esclamò l’uomo sgomento: aveva rivoltato lo scatolone delle foto da cima a fondo, almeno dieci volte, ma quelle di sua madre erano scomparse.

No, non era esatto: era sua madre a essere scomparsa dalle foto. Le altre invece c’erano tutte: quelle di suo padre, degli zii, dei cugini, persino dei lontanissimi amici di famiglia… eppure lui si ricordava bene che c’era anche lei, coi nonni, con la sorella, con lui stesso da piccolo.

In quel momento però, il suo cervello doveva fare i conti con una verità nuova e inconfutabile: sua madre era sparita dal suo passato. Come se il Destino fosse passato con la Gomma del Tempo e l’avesse cancellata del tutto dalla sua vita.

Il fuoco crepitò forte, un pezzo di brace saltò fuori dal camino e morse l’uomo su un braccio. Subito l’uomo ebbe un flash: rivide la sera che sua madre indossò per la prima volta quella spilla…

<<Guarda, non è bellissima?>> esclamò la madre appena entrata in casa loro <<Se fosse ancora vivo papà, me l’avrebbe regalata lui.>> e gliela sventolò sotto il naso.

L’uomo la trovò stupenda, ma vagamente inquietante e preferì non approfondire. La sua compagna invece la fissava ipnotizzata, come una rana prima di essere divorata dal serpente. Sua madre la teneva sul risvolto della giacca e aveva infilato il pollice sotto la spilla, così da portarla bene in avanti, verso lo sguardo incantato della donna. E sembrava gratificata da un tale incantamento.

<<Cara, se ti piace tanto>> la invitò suadente <<la puoi anche toccare.>>

La sua compagna allungò la mano e sfiorò ammirata la bella rosa d’oro, poi passò un dito sulla piccola spina col meraviglioso rubino rosso fuoco. Anzi, rosso sangue. E sua madre fece un gesto impercettibile col polso.

<<Ahi!>> esclamò la donna.

E una piccola rosa di sangue le sbocciò sul dito.

<<Oh, piccola cara, ti sei punta!>> si dispiacque la madre <<Fammi vedere… meno male è solo un graffio… lascia che ti aiuti a disinfettarti.>>

<<L’aiuto io!>> intervenne l’uomo, inspiegabilmente agitato.

La madre si fece da parte e tornò a tavola, tolse la spilla dalla giacca, la prese tra le dita e la fissò: in quel momento il suo sguardo si perse.

<<Vedi figlio mio>> disse rivolgendosi a nessuno <<l’amore di una madre è come questa spilla: all’inizio, quando suo figlio è piccolo, è un dono del cielo, bello come una rosa. Poi quando il figlio diventa grande e trova la sua rosa, una compagna dolce come la tua e se ne va per farne la sua sposa, questa bellezza se ne va insieme a lui. La rosa appassisce e nel cuore della madre sboccia una pianta di rovi, appuntiti come questa spina.>>

E alzò gli occhi verso di loro: i due la guardavano perplessi e abbracciati.

<<Allora, godete ragazzi!>> esclamò di colpo e alzò il bicchiere a brindisi <<Godetevelo tutto il vostro amore! Godetevelo ora, subito e sempre, come in questo magico momento.>> e sottovoce aggiunse <<Almeno finché siete in tempo.>>

Il sangue riprese a zampillare di colpo dal dito della donna.

<<Ora so dove trovarla!>> esclamò l’uomo.

E si lanciò sull’album di fotografie del loro matrimonio: aveva il cuore al galoppo, perché un sospetto gli avvelenava l’anima: che sua madre fosse sparita anche da lì.

Non la trovò nelle pose in chiesa, non la trovò in quelle del banchetto e non la trovò in quelle classiche in giardino, dei vari parenti con gli sposi.

In quel momento, capì che il sogno di sua moglie era vero!

Del resto il sogno era tutto vero: era vero il loro amore, era vero che il piccolo era femmina e a questo punto ne era sicuro, era vero anche il pungiglione nella pancia. Quindi sua figlia sarebbe morta e il loro amore sarebbe finito. La strega aveva lanciato una maledizione, l’aveva fatto alla luce del sole e loro non se ne erano accorti. E ora la maledizione era pronta ad andare a segno. E la strega era sua madre. Il pugno di un gigante lo colpì sullo sterno e l’uomo svenne.

<<Il cammino verso la felicità è un travaglio>> disse una voce <<E la felicità stessa è avvolta nel tormento>>.

L’uomo doveva essere impazzito perché la voce gli parlava dal fuoco del camino.

<<E’ un dono del cielo, ma l’uomo se lo deve conquistare.>> continuò la voce piena di calore <<ogni giorno che dio mette in Terra. E lo deve fare da solo>>.

A sentirla bene, quella voce gli suonava familiare: era di un uomo.

<<Però la felicità esiste. Ed è nostra>> proseguì infiammandosi <<Difendila sempre, contro tutto e contro tutti. Difendila ora e con tutte le forze che hai… figlio mio!>>

Il ceppo infuocato nel camino si spaccò in due e liberò un cespuglio di fiamme alte come le speranze degli uomini e rosse come l’amore che lui provava per sua moglie.

L’uomo riaprì gli occhi: era sudato, aveva freddo e gli faceva male il petto. Non sapeva dire quanto tempo avesse dormito, se dieci minuti o dieci ore, ma non aveva importanza, perché ora nel suo cuore si era riacceso il sacro fuoco del coraggio.

La foto era lì, astutamente nascosta tra le cose vecchie di sua madre: era una foto grande, a colori, del loro matrimonio, l’uomo la ricordava bene. E ringraziò il cielo di averla trovata, perché era l’unica rimasta. Sua madre era in mezzo a loro, un corpo ingombrante fra lui e a sua moglie e sorrideva, ma non di gioia, era il sorriso mesto di un cuore piccolo che ha vinto una battaglia troppo grande. E sul suo petto, davanti al cuore, come uno scudo pronto a parare i colpi dell’amore, troneggiava la regina del maleficio: la spilla a forma di rosa.

L’uomo prese una forbice affilata e ritagliò la foto con l’abilità di un chirurgo: non fu facile, perché i tre erano abbracciati stretti e lui dovette usare tutte le sue doti: la Pazienza dei Saggi, la Perizia degli Artisti e la Fiducia dei Santi… Alla fine ci riuscì: scontornò di netto l’immagine della madre e la separò perfettamente dalla sua e da quella della sua compagna. Come un bubbone infetto da isolare, come un tumore maligno da estirpare, come un cordone ombelicale antico e maledetto, da tagliare e dimenticare.

Quando ebbe in mano la foto della madre da sola, si accorse che la stringeva con una forza esagerata: temeva ancora che potesse scappare, come aveva fatto dalle foto del passato e dall’album di matrimonio. L’uomo andò davanti al camino e fissò le fiamme negli occhi.

<<Grazie, papà!>> disse con profonda riconoscenza. Poi guardò la foto della madre e ci versò sopra una lacrima. Una sola, intensa e sincera: era un addio, il suo cuore era vuoto, niente più odio per lei, niente più amore per lei, niente più dolore per lei. Solo perdono. E la gettò nel fuoco. Bruciò all’istante, prim’ancora di toccare le fiamme. Poi un crepitio di scintille si levò alto nel camino e sua moglie lo chiamò: si erano rotte le acque.

La bimba nacque che era un fiore: sguardo limpido, pelle candida e neanche un lamento.

<<Mia dolce Rosaspina,>> le disse la mamma <<sei bella come una rosa!>> e l’accolse sul seno come un dono del cielo.

La piccola si addormentò subito. L’uomo baciò la sua compagna sulla bocca e le rialzò la spallina della camicia da notte che le era deliziosamente scivolata giù. La donna strinse la mano di lui sulla guancia e l’accarezzò con una lacrima di gioia. Il travaglio era stato lungo e il parto faticoso, ma lui era stato sempre con lei, paziente e amorevole: l’aveva aiutata davvero.

<<Amore, sei una quercia!>> le sussurrò lui <<Spero che nostra figlia somigli a te.>>

<<Grazie tesoro.>> rispose lei <<Sei davvero un angelo.>>

Poi si guardarono negli occhi, le loro mani si unirono e si mossero insieme, lentamente scivolarono sulla schiena della bimba e le fecero una lunga, delicatissima carezza sul graffio: un graffio sottile, color rosso fuoco, anzi rosso sangue, che le andava dal collo fino all’osso sacro, senza interruzione.

Era solo un graffio, uno stupido e insignificante graffio che i medici non seppero mai spiegare.


Questo racconto fa parte dell'opera TUTTA COLPA DELL'INNOCENZA, in vendita solo su Amazon, libro ed ebook: https://www.amazon.it/TUTTA-COLPA-DELLINNOCENZA-Storie-aprono-ebook/dp/B07WSXFRWP/ref=sr_1_15?dchild=1&qid=1586763424&refinements=p_27%3AFulvio+Fiori&s=books&sr=1-15



ROSASPINA© di Fulvio Fiori

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